Amicacci Giulianova: il canestro dell’inclusione

Uscire dall’emarginazione, combattere l’indifferenza, fare della propria difficoltà un punto di forza per sperimentare nuove forme di inclusione e autodeterminazione. La palla da basket in mano, un canestro in alto ad aspettarla. Un sogno che si è realizzato, attraverso un percorso di crescita collettiva, che ha portato un cittadina abruzzese ai vertici sportivi europei.

È la storia dell’Amicacci Giulianova, una Polisportiva che ha al centro della propria attività il basket in carrozzina, una disciplina sportiva basata sull’inclusione, in cui non esiste spazio per alcuna forma di discriminazione, in cui nelle squadre di club le donne possono giocare con gli uomini e in cui il regolamento è pensato ad hoc per accogliere persone con disabilità differenti, tutte in campo con l’obiettivo di fare canestro.

L’Amicacci è la società sportiva a cui appartiene Beatrice Ion, la giocatrice azzurra di origine romena salita alle cronache per il vergognoso attacco razzista subito vicino a casa, in un villaggio di Tor San Lorenzo, ad Ardea, alle porte di Roma, dove vive con la famiglia. Un episodio inqualificabile. Dopo aver lamentato l’occupazione costante del proprio posto auto disabili riservato vicino a casa, il padre di lei è stato aggredito fisicamente ed è finito in ospedale con uno zigomo rotto, e la ragazza è stata insultata in quanto disabile e straniera. Tutto il mondo sportivo e non solo si è stretto attorno a Beatrice e alla sua famiglia. Ma questo episodio, così come le assurde code polemiche alimentate via social a cui la stessa Beatrice ha risposto, dimostrano quanto lavoro ci sia ancora da fare per sensibilizzare la cittadinanza contro ogni forma di discriminazione, favorendo invece percorsi di inclusione. Ed è un lavoro lungo, proprio come raccontano la storia dell’Amicacci e del movimento del basket in carrozzina. Ne abbiamo parlato con Ozcan Gemi, ex giocatore e allenatore della squadra e di Beatrice, di origine turca, che dal 2002 fa parte della realtà abruzzese.

di Ilaria Leccardi

Partiamo dagli inizi. Come è nata l’Amicacci e perché proprio il basket in carrozzina?

La società è nata nel 1982, grazie all’attenzione di un gruppo di genitori – tra cui Giuseppe Marchionni, Edoardo D’Angelo, Ronald Costantini – che, accompagnando i figli costantemente in centri di medicina e fisioterapia per problematiche legate a diverse patologie, sono venuti a conoscenza del mondo sportivo paralimpico. E hanno capito che la disabilità non poteva essere un freno alla vita ma che, anzi, i ragazzi avevano bisogno di svolgere un’attività fisica come possibilità di riabilitazione e socialità. Il primo torneo venne organizzato nel 1984 e all’epoca la cittadinanza ancora non sembrava pronta a comprendere l’importanza di un percorso di questo tipo. Ma poco per volta, con l’impegno costante di tanti volontari e famiglie, il sogno è diventato realtà. Negli anni ’90 addirittura Giulianova è divenuta il centro di un torneo internazionale estivo, organizzato all’aperto, che ha permesso un avvicinamento di tutta la città a questo straordinario sport.

Presto è arrivato l’alto livello, com’è stata la scalata ai vertici?

Dagli anni ’90 l’Amicacci si è iscritta al campionato nazionale. Dopo alcune stagioni in A2, 2007 siamo stati promossi nella massima serie e da allora non siamo più retrocessi, confermandoci sempre ai vertici del campionato italiano. Il risultato migliore a livello nazionale è stato il secondo posto nel 2018, quando siamo sconfitti in finale playoff.

Avete però un nome anche a livello europeo.

Attualmente siamo la nona squadra nel ranking continentale su circa 300 formazioni. Negli anni passati abbiamo ottenuto importanti risultati come la vittoria della Challenge Cup nel 2011 e della André Vergauwen Cup nel 2012, il secondo più importante torneo europeo. Nel 2018 siamo arrivati ai quarti di finale di Champions.

Siete un’eccellenza, ma vivete ancora degli sforzi dei volontari. Quanto è importante il lavoro con i giovani e l’attività rivolta allo sport di base?

Anche se i nostri campionati prevedono grandi investimenti, sia per le trasferte sia per il mercato dei giocatori che ormai ha un respiro internazionale (nell’ultima stagione su 12 giocatori in rosa, ben 5 erano stranieri), il sostegno dei volontari è fondamentale. Anche perché abbiamo una finalità sociale molto spiccata e lavoriamo per promuovere lo sport di base e tra i giovani. Da alcuni anni ormai portiamo avanti il progetto Amicuccioli, ossia una squadra giovanile di basket in carrozzina, che partecipa al campionato nazionale. E poi abbiamo avviato il progetto Èsportabile: incontriamo le scuole mostrando loro un documentario che racconta la storia di tre ragazzi con disabilità differenti, e alimentando il dibattito e il confronto sul tema. Vogliamo sensibilizzare, far conoscere quali sono gli aspetti della vita di un ragazzo disabile a chi non vive tutti i giorni questa condizione.

Quali sono le caratteristiche principali del basket in carrozzina?

Innanzitutto bisogna ricordare che è uno dei principali sport paralimpici, uno sport molto completo, si gioca su campi regolamentari di basket, con la stessa palla e il canestro posto alla stessa altezza della pallacanestro classica. La carrozzina è personale, realizzata su misura con le ruote inclinate per dare maggior stabilità (insieme alle rotelle anti-ribaltamento poste sul retro) e per difendere il giocatore durante i contrasti che sono frequenti nel corso delle partite.

E qual è il criterio per comporre le squadre? Visto che le disabilità, e di conseguenza la mobilità dei giocatori, possono essere differenti…

Ad ogni giocatore, in base alla propria disabilità, viene assegnato un punteggio. Il totale della squadra non deve superare 14,5 punti. Questo porta le formazioni a essere composte da persone con disabilità più e meno gravi. Più la disabilità è importante più il punteggio del singolo giocatore è basso. L’inclusività del nostro sport si basa proprio su questo. Un meccanismo che consente alle ragazze di giocare con i ragazzi, perché anche in questo caso si può andare a compensare il punteggio portato dalla giocatrice (che ha un abbattimento di 1,5 punti) con quello degli altri componenti della squadra. Stesso discorso per i normodotati senza alcuna disabilità, che nel minibasket e nel campionato di serie B possono essere inseriti in squadra, portando con sé un punteggio più alto.

Cos’ha comportato per la vostra realtà e il movimento italiano del basket in carrozzina l’emergenza COVID19?

L’annullamento di tutti i campionati… Lo scudetto quest’anno non sarà assegnato. E anche la “dispersione” dei giocatori, molti dei quali nel nostro caso non sono originari di Giulianova, ma vengono da altre città italiane o dall’estero, e sono tornati a casa. Quindi ora non ci stiamo allenando come gruppo. Per l’attività di base è stato altrettanto difficile, perché per molti mesi non si è potuti tornare in palestra.

Raccontaci qualcosa di Beatrice Ion. Quanto vi ha colpito il terribile episodio di cui è stata vittima?

Beatrice è una giocatrice dell’Amicacci da due anni. L’ho conosciuta durante un campo di minibasket che organizziamo ogni anno, a cui partecipano bimbi e ragazzi di diverse età per una settimana di sport e divertimento. Lei giocava al Santa Lucia di Roma ed era già molto brava. Due anni fa le ho proposto di venire a giocare nella nostra squadra e ha accettato, si è trasferita in zona e si è iscritta all’università di Teramo.

Quello che è successo a Beatrice è inaccettabile e indescrivibile ed è lo specchio di quanto razzismo e scarsa cultura del rispetto ci sia nella nostra società.

L’abbiamo sentita particolarmente sconvolta, soprattutto per l’aggressione fisica subita dal padre.

Beatrice Ion in una fotografia di Daniele Capone

Al di là dell’episodio singolo, quanto lavoro c’è ancora da fare per stimolare una cultura del rispetto e dell’attenzione alle persone con disabilità?

Molto. Diciamo che la società sta crescendo, ma ancora bisogna lavorare. Ad esempio nella nostra regione, l’Abruzzo, abbiamo grandi differenze tra la zona costiera dove le città sono a misura di tutti, mentre nell’interno non è ancora così. E lo vediamo girando per le strade tutti i giorni, sui marciapiedi, nei parcheggi. Ma non è un’attenzione che si deve avere solo nei confronti delle persone con disabilità, ma verso tutti, gli anziani, una madre o un padre che spingono un passeggino. Spesso noi andiamo nelle scuole per incontrare i ragazzi, grazie al nostro progetto di sensibilizzazione, e portiamo un bagaglio di esperienza. Spieghiamo l’importanza degli scivoli e dei parcheggi per disabili, soprattutto per garantire l’autonomia alle persone. Certe cose non sono scontate. Faccio un esempio: a me non serve che il posto auto riservato sia davanti all’ingresso del luogo dove devo andare, ma mi serve che abbia dello spazio attorno per aprire completamente la portiera della mia macchina, appoggiare la carrozzina per terra, uscire dall’auto, sedermi sulla carrozzina e muovermi in autonomia. Sono cose a cui una persona che non vive queste difficoltà a volte non arriva neanche a pensare.

Chi vive la disabilità quotidianamente non ha bisogno di essere compatito, ma di essere rispettato e tenuto in considerazione. Una società attenta ai diritti dei più deboli non può che essere una società avanzata e che lavora per il benessere di tutti.

Luca Panichi, lo scalatore in carrozzina

Scalare le vette guardando verso l’alto. Anche se – e forse proprio perché – la vita ti ha posto di fronte a una sfida enorme. Luca Panichi è un ciclista la cui storia in sella alla bicicletta inizia all’età di otto anni, sulle orme dell’idolo Francesco Moser, e si interrompe bruscamente e drammaticamente il 18 luglio 1994, quando viene investito da un’auto durante il cronoprologo del Giro dell’Umbria Internazionale dilettanti.

La paura, lo sgomento, aggrapparsi alla vita. Da allora Luca è costretto sulla sedia a rotelle. Ma lui sa cosa voglia dire affrontare una sfida, si porta dentro un bagaglio di energia fisica e mentale che nasce dall’esperienza sportiva di anni, la voglia di migliorarsi ogni giorno. Il limite per Luca non è un ostacolo, ma il punto di ripartenza. Ed è così che decide di riprendersi le sue salite, non più in sella alla bici, ma a bordo della sua carrozzina. A testimoniare che l’unico limite vero sta dentro di noi.

Dal 2009 le sue imprese vanno a braccetto con il Giro d’Italia professionisti. In ogni edizione Luca ha affrontato una salita, conquistando una serie di cime storiche, dal Block House al Passo del Tonale, dal Ghiacciaio del Grossglockner al Passo dello Stelvio, dalle Tre cime di Lavaredo allo Zoncolan, dal Colle delle finestre alla Cima Oropa. Tra le sue partecipazioni anche a quella alla Granfondo Terre dei Varano.

Le sue non sono solo imprese sportive, ma sono diventate la metafora di una forza che Luca incarna in ogni metro macinato. Una forza che porta su di sé i nomi di Fabio Casartelli, di Michele Scarponi, di Marco Pantani, ma anche gli incontri con tanti giovani appassionati di sport e studenti a cui Luca si rivolge raccontando la propria storia e portando un messaggio positivo.

Per il progetto Odiare non è uno sport lo abbiamo intervistato, per ascoltare la sua sua storia e la sua forza, le sue riflessioni sullo sport paralimpico e, in quanto referente Csen per lo Sport Integrato, il suo appello a una narrazione sportiva che punti non a scatenare l’aggressività ma a proporre modelli positivi, campioni che sappiano trasmettere un senso di condivisione. Perché – spiega Luca – “a prescindere dai risultati, lo sport ci serve per amare la vita, noi stessi e gli altri”

L’intervista a Luca Panichi

Nel nome di Michele Scarponi

Perché in strada non si imponga la regola del più forte

L’emergenza Covid-19 ha stravolto le nostre quotidianità, imponendo nuovi ritmi e nuove esigenze, creando un’emergenza anche dal punto di vista sociale ed economico. Durante gli oltre due mesi di chiusura di gran parte delle attività e dei centri urbani si è assistito a una “liberazione” o meglio a uno svuotamento delle strade, evidente soprattutto nelle grandi città, che ha portato anche al miglioramento della qualità dell’aria. Tuttavia ora si pone il problema di come affrontare la ripresa tanto attesa, anche dal punto di vista della mobilità, tenendo in considerazione che sarà necessario mantenere distanze di sicurezza in ambiente pubblico e quindi in ogni spostamento. L’alternativa sarà solo l’auto? Oppure si preferirà puntare sulle due ruote, con una scelta orientata anche alla tutela ambientale? E i mezzi pubblici che ruolo avranno?

Marco Scarponi è presidente della Fondazione Michele Scarponi, nata in onore del fratello, il grande ciclista vincitore del Giro d’Italia 2011, ucciso da un uomo alla guida di un furgone che non gli diede la precedenza svoltando a sinistra e lo colpì in pieno durante un allenamento mattutino in strada il 22 aprile 2017. La Fondazione, che si occupa di promuovere la cultura della mobilità sostenibile e di contrastare la violenza stradale, è tra i firmatari della lettera che alcune settimane fa diverse realtà italiane hanno inviato al governo per chiedere maggiore attenzione al tema della mobilità sostenibile e misure adeguate ad affrontare il post-emergenza. L’ultimo decreto emesso dal governo in parte risponde a queste richieste, ma c’è ancora moto da fare.

“Soprattutto perché – spiega Marco Scarponi – non si tratta solo di una risposta alla situazione che vivremo nei prossimi mesi, ma della necessità di iniziare finalmente anche in Italia a promuovere una cultura e un modo diverso di pensare la strada che non deve essere il luogo dove vige la regola del più forte. Perché la strada è di tutti“.

di Ilaria Leccardi

Chi era Michele, cos’era per lui la bicicletta?

Noi siamo cresciuti in collina e la bici è sempre stata uno strumento per fare sport. Una grande passione ma anche un grande sacrificio. Nostro padre regalò a Michele una bici da corsa per la prima Comunione e lui cominciò presto a vincere. A un certo punto in casa avevamo tante di quelle coppe che mia madre iniziò a regalarle perché non sapeva più dove metterle. Michele è sempre rimasto legato alla sua famiglia e alla sua terra, tanto che, anche quando andò a vivere in Veneto per il ciclismo, non ha mai cambiato residenza. I nostri genitori andavano a trovarlo ogni fine settimana. In carriera ha vinto tanto, dalla categoria juniores fino al professionismo. Ma il ciclismo è duro, a vincere è sempre e solo uno, gli altri perdono tutti. E negli anni Michele ha subito anche molte sconfitte.

Ciclismo sport di gambe, ma anche sport di testa.

Certo, soprattutto quando – come è successo a lui – dopo anni in cui ricopri il ruolo di capitano, ti trovi a essere gregario. Una sfida difficile da accettare, ma che ha richiesto tutta la maturità e la tenacia che facevano di Michele un grande uomo. Lui, che non voleva mai perdere, si è trovato a cedere il passo per aiutare un’altra persona a vincere, il suo capitano, Vincenzo Nibali.

C’è chi lo ha definito “il gregario più forte del mondo”. E a rappresentarlo c’è un episodio molto iconico, rimasto nella memoria di tanti, la tappa del Giro del 2016 Pinerolo-Risoul.

Era il 27 maggio, Michele era in testa e passò in solitaria la cima Coppi, in mezzo a muri di neve. Poi però in discesa, su richiesta della sua squadra – la Astana – si fermò, piede a terra, per attendere Nibali e lanciarlo verso la vittoria di tappa, preludio della vittoria del Giro. Una scena antica e mitica: fermarsi e aspettare, sacrificando la propria vittoria. Un gesto non scontato, una decisione forte.

Quel piede a terra significa molto, ha un valore anche altamente simbolico

Abbiamo deciso di utilizzare quell’immagine per il logo della Fondazione. Il piede a terra significa proprio questo.

La tua vittoria personale non è la cosa più importante. Fermarsi, aspettare gli altri non è un gesto di debolezza, ma un gesto di forza. E così dovrebbe essere sempre, nella vita, sulla strada, tutti i giorni.

Il nostro impegno come Fondazione ora è chiedere al più forte, l’automobile, di mettere il piede a terra per aiutare l’altro, nell’interesse di tutti.

Quello della mobilità sostenibile è un tema complesso e in Italia sembra non riuscire ancora a trovare il giusto spazio e la giusta rilevanza. Perché?

Noi siamo una Fondazione giovane, nata due anni fa. In questo breve lasso di tempo abbiamo girato molto, conosciuto tante realtà che portano avanti una missione importante, associazioni che si battono per una mobilità a misura d’uomo. Però purtroppo la visibilità è ancora scarsa. L’Italia vive una paradosso: è uno dei Paesi che ama di più il ciclismo al mondo e che annovera campioni straordinari nel passato e nel presente, insieme a Francia, Belgio, Spagna. Eppure da noi è quasi impossibile trasmettere l’amore per la bicicletta in strada. Basti pensare a quante pubblicità vediamo in televisione relative alle auto e a quante – nessuna – che vediamo legate al mondo delle due ruote. E invece siamo proprio in una fase storica in cui, per motivi anche ambientali, bisognerebbe incentivare l’uso della bicicletta.

L’auto sembra essere qualcosa di intoccabile.

Sì, anche nel racconto mediatico, non esiste ironia sull’automobile. L’auto non si può mettere in discussione. È uno status symbol. Eppure in strada è l’auto che uccide. Ogni anni si registrano oltre 3.000 vittime sulla strada, ma per la maggior parte non si tratta di ciclisti o pedoni – che comunque pagano un grande prezzo – bensì degli stessi automobilisti, motociclisti, camionisti.

È proprio come se in strada vigesse la legge del più forte?

Io faccio spesso un esempio, che nasce dal mio impegno come educatore di ragazzi disabili. Ricordo che quando facevo con loro dei laboratori di teatro, questi ragazzi dovevano salire sul palco e ogni volta dovevamo prenderli in braccio sulla carrozzina e sollevarli per farli salire, provocando anche umiliazioni. Solo perché il palco non aveva una pedana che permettesse loro di muoversi in autonomia. Sulla strada manca proprio quella “pedana”. Le piste ciclabili sono poche e spesso costruite male, la strada è progettata a misura d’auto e non favorisce l’autonomia del soggetto più fragile.

Avere strade che tutelano il più debole garantirebbe una vita migliore per tutti, anche per il più forte .

Ora nell’ultimo decreto seguito all’emergenza coronavirus, il governo ha varato una serie di misure a favore della mobilità sostenibile. Il come vivere il tempo fuori casa – di conseguenza – la mobilità, saranno temi chiave da affrontare?

Sì, c’è voluta la pandemia per avere delle piste ciclabili o un incentivo all’acquisto delle bici. Diciamo che quello che sta succedendo è abbastanza rivoluzionario, ma al tempo stesso pericoloso. Mentre altrove i mezzi pubblici sono incentivati, da noi il messaggio è: “Meglio che non li prendiate”. Negli anni le politiche non si sono mosse a favore dell’utilizzo dei mezzi pubblici: basta pensare a quanto fatto sui treni dove, al di là dell’alta velocità, il trasporto su rotaia è stato molto penalizzato. Ora, pensare di risolvere la situazione puntando solo sulla bicicletta come alternativa all’auto è difficile. È necessario invece affiancare ad essa l’investimento sui mezzi pubblici, componente fondamentale per la mobilità sostenibile. Bisognerebbe aumentare il numero di treni, le corse degli autobus. Ripensare completamente la nostra mobilità nel complesso.

Al centro, Marco Scarponi, fratello di Michele

Con i più giovani si riesce a parlare di questi temi? Che sensibilità hanno?

Nel 2019 ho incontrato quasi 7.000 ragazzi, dalle scuole dell’infanzia fino all’università. E il problema non sono loro, ma gli adulti. I più giovani sarebbero subito pronti a imbracciare la bicicletta, il monopattino, anche perché nelle nuove generazioni c’è una maggiore sensibilità al tema ambientale. Tuttavia, quando incontrano noi non sono una tabula rasa, ma si portano dietro insegnamenti spesso errati e hanno già un’esperienza di violenza nei comportamenti: genitori che guidano guardando il telefono, che non rispettano i limiti di velocità. Gli interventi sulla sicurezza stradale a scuola non dovrebbero essere “eventi” come ora, senza una visione e una continuità, ma dei percorsi strutturati e condotti da professionisti.

In quest’ottica voi avete anche prodotto un documentario.

Si chiama “Gambe”. Con le prime manifestazioni in memoria di Michele, chiesi a un gruppo di amici di fare delle riprese, per fissare la memoria di quanto stavamo vivendo. E poi ci abbiamo lavorato sopra e abbiamo raccolto interviste a figure che potessero affrontare vari temi, dal ciclismo vissuto sotto diversi punti di vista alla violenza stradale. Ci sono campioni amici di Michele, ma anche familiari delle vittime o una figura straordinaria come l’architetto Matteo Dondè, esperto in pianificazione della mobilità ciclistica, moderazione del traffico e riqualificazione degli spazi pubblici.

Quanto è difficile far passare i messaggi che portate avanti?

Spesso durante gli incontri a cui partecipiamo si pronuncia la parola “rispetto”, in frasi come “anche i ciclisti devono avere rispetto dei pedoni”, “i ciclisti devono rispettare le regole”. Vero. Ma il problema concreto è che il nostro codice della strada è stato pensato e concepito per creare fluidità nel traffico automobilistico e che in Italia l’auto ancora è considerato un bene necessario, le statistiche ci dicono che abbiamo quasi 70 auto ogni 100 abitanti. E purtroppo, anche in casi di episodi mortali, si tende a non attribuire colpe e responsabilità. C’è addirittura chi fa campagne contro gli autovelox, come se fosse qualcosa di inaccettabile chiedere di rallentare, diminuire la velocità, sanzionare perché si va troppo veloce.

E anche se si fa fatica a usare il verbo “uccidere” quando si parla di episodi avvenuti in strada, la verità è che la velocità uccide.

Qual è la speranza per il futuro?

La storia di Michele vogliamo che serva a innescare una serie di spinte positive. Tra queste, trasmettere l’idea dello sport come strumento per imparare a stare insieme agli altri nel rispetto delle regole comuni; promuovere la bicicletta come mezzo di locomozione giusto, sano e pulito; l’importanza di muoversi a tutela dei più fragili, sia sulla strada che in altri contesti sociali; ricordarsi delle vittime della violenza stradale e sostenere i loro familiari. E per questo ci muoviamo guardando al futuro. Il nostro sogno è avere delle città a misura d’uomo e non di auto, anche dal punto di vista urbanistico. E poi ricordarsi che l’imposizione della regola del più forte non può essere la scelta di una società sana.

Tommaso Stella e l’impegno con Mediterranea

In barca a vela si abbatte ogni privilegio

“La barca a vela è un laboratorio straordinario, in cui tutti sono chiamati a cooperare e a fare la propria parte. Dove le risorse sono limitate e bisogna utilizzarle con consapevolezza, dove il comportamento di ciascuno ricade sul benessere di tutti. Dove non ci sono privilegi e nessuno è lasciato indietro. E se si trova una persona in mare, l’obbligo è salvarla”. Tommaso Stella conosce il mare e le sue leggi. Velista di lungo corso, tante avventure al fianco di Giovanni Soldini, lo scorso anno si è unito a Mediterranea, diventando il comandante della nave Alex. Era lui il responsabile del veliero quando questo venne sequestrato nel luglio 2019 dopo il salvataggio di 59 persone dalle acque del Mare Nostrum. La sua storia racconta come una competenza sportiva, quella così particolare del velista, possa mettersi al servizio di una causa più grande. Una competenza accompagnata dalla consapevolezza di non potersi girare dall’altra parte quando si parla di vita e diritti umani.

di Ilaria Leccardi

Partiamo dal tuo rapporto con il mare. Nasci in città, come e quando prende vita l’amore per la vela?

Sono di Milano e qui il mare non c’è. Quando ero piccolo mio padre aveva fatto alcuni esperimenti. Modellini a parte, aveva armato un canotto con attrezzatura di legno e vele ricavate da vecchie lenzuola, da provare all’Idroscalo. Quei modellini e quella specie di zattera sono stati i miei primi contatti con qualcosa di simile a una barca. Qualche anno dopo, alle scuole medie, mia madre veniva spesso convocata dal preside perché – dicevano – ero un ragazzino turbolento. E proprio il preside era istruttore in una scuola di vela che proponeva attività nelle case di vacanza estive del comune di Milano. Suggerì a mia madre di spedirmi da loro in estate perché “mi avrebbe fatto bene…”. È iniziata così, all’età di 11 anni, e non ho ancora smesso.

Che mondo è quello della vela?

Purtroppo in Italia è una passione costosa, la barca è uno status symbol. In altri posti, come in Francia, no. Lì i ragazzi fin dalle scuole primarie hanno molte occasioni per praticare questo sport senza che i genitori siano benestanti o ipotechino la casa. Per continuare la mia passione, durante le vacanze ho iniziato a fare l’aiuto istruttore e poi l’istruttore nella mia prima scuola, Utopia.

E poi cosa è successo?

Dopo quasi nove anni di attività il rischio sarebbe stato “sentirsi bravo”, ma anche sedersi. Quindi, dopo dieci mesi di servizio civile, ho indossato nuovamente le vesti dell’allievo e mi sono imbarcato per la prima traversata oceanica, alla scoperta di altre barche, altri mari, altri luoghi e altre genti. Sono partito nell’ottobre 1997 dal Mediterraneo diretto alle Antille via Canarie, per sbarcare nell’aprile 1998 a Barcellona. Avevo capito che quella vita mi piaceva, che avevo tanto da imparare e tantissimo da scoprire.

E presto è arrivato un incontro importante.

Pochi mesi dopo ho conosciuto Giovanni Soldini, reduce dal suo vittorioso giro del mondo, nonché dal salvataggio nei mari del sud di una concorrente, Isabelle Autissier. Giovanni stava per lanciare la costruzione di una nuova barca, un trimarano, una “astronave” di 18 metri in grado di navigare più veloce del vento. Serviva gente. A livello umano ci siamo trovati subito e, anche se non avevo esperienza di cantiere, mi ha tirato in mezzo: “Quando c’è feeling, tutto il resto si impara… il contrario è più difficile!”. Gli anni tra il 2000 e il 2005 sono stati intensi, non li scorderò mai. Eravamo un gruppo di cinque persone che si occupavano di tutto: manutenzioni e modifiche alla barca, trasferimenti e regate in equipaggio.

Cosa ti ha trasmesso Soldini?

È stato un punto di riferimento, lo considero il più forte navigatore solitario italiano di sempre. Da lui non ho imparato solo dal punto di vista tecnico, ma mi è rimasta la straordinaria abilità di superare ostacoli e imprevisti, a terra come in mare, senza perdersi d’animo. E poi la capacità di sdrammatizzare con una risata le situazioni più difficili, spiazzando anche la paura. In mare con lui si sta davvero bene.

E lui di situazioni drammatiche ne ha vissute…

Sì, soprattutto nel 2005, durante la Rotta del Caffè, una regata in doppio da Le Havre (Francia) a Salvador de Bahia, che correva con l’amico di sempre Vittorio Malingri. Il trimarano si ribaltò al largo del Senegal, i due furono salvati da una petroliera diretta a Houston che non poteva entrare in porto per le sue dimensioni e, a decine di miglia dalla costa, venne svuotata da tanker più piccoli. Ma i due naufraghi, pur avendo in tasca carte di credito, passaporti e visti per gli Usa, ci misero giorni per convincere uno dei comandanti dei tanker a portarli sulla terraferma: nessuno voleva assumersi la responsabilità di farli sbarcare. Già allora, nonostante il passaporto “giusto” (quello dei ricchi occidentali), il diritto del mare, per cui chi è in pericolo va aiutato, veniva messo in discussione.

Anche tu hai vissuto situazioni difficili?

L’unica volta in cui ho davvero rischiato la pelle è stato paradossalmente a pochi metri da una spiaggia dell’Elba, quando mi sono rovesciato con un amico mentre navigavamo su una deriva e sono rimasto incastrato sotto lo scafo.

Torniamo al mare aperto. Può fare paura, soprattutto se non lo conosci. Cosa vuol dire passarci una notte?

È un ambiente ostile per gli umani. Per sopravvivere in mare abbiamo bisogno di un mezzo che ci ospiti e protegga. Se ci troviamo su una barca affidabile, sappiamo utilizzarla, la situazione meteorologica è buona e conosciamo la nostra posizione, siamo più al sicuro di quando siamo al volante di un auto. Con questi presupposti una notte in navigazione può essere magica: lontani da terra, sconnessi, senza le luci e rumori della cosiddetta civiltà, respiriamo aria pulita, ci muoviamo spinti dal vento sotto un cielo stellato. Ma non siamo nemmeno animali notturni. Risolvere un problema al buio è più difficile, per questo la notte, in mare, se viene a mancare uno dei punti elencati sopra, può fare paura. La paura è negativa? No, ci fa alzare le antenne e ci permette di reagire di fronte a una situazione di potenziale o reale pericolo.

La paura può diventare anche un elemento che, invece di paralizzare, spinge a muoversi…

Faccio l’esempio delle persone che scappano dalla Libia. Si trovano in una situazione che terrorizzerebbe chiunque: non sanno fino all’ultimo quando potranno partire, non sanno che tempo farà, la maggior parte di loro non ha mai visto il mare, quasi nessuno sa nuotare, non hanno la minima esperienza di navigazione, non conoscono il gommone o la barca su cui saliranno (spesso in pessimo stato e sovraccarichi), non sanno dove andranno, non sanno quanto durerà il viaggio. Solo i primi coraggiosi navigatori della storia si sono trovati in condizioni simili… Ma loro vengono anche da situazioni terribili che lasciano pesanti segni psicologici e fisici. Eppure su quei gommoni ci salgono, perché il terrore che si portano alle spalle è ancora peggiore.

Coloro che intraprendono questi viaggi assurdi, durissimi e pericolosi che a volte durano anni, credo siano tra le più coraggiose e forti che abbia mai conosciuto.

Veniamo appunto al tuo impegno con Mediterranea. Avevi già avuto modo di dedicarti al sociale, com’è nato il contatto?

Sono sempre stato sensibile a certi temi. In passato avevo già unito l’interesse per il sociale alla vela, partecipando alla campagna di Goletta verde, oppure portando persone non vedenti o ragazzi di case famiglie in barca. Negli ultimi anni ho guardato con orrore a quello che succedeva nel Mediterraneo centrale. Quando nell’agosto 2018 l’Italia e i governi europei hanno bloccato le navi umanitarie, rendendo il mare davanti alla Libia un deserto senza testimoni oltre che a un cimitero, un gruppo eterogeneo di persone ha deciso che non poteva più stare a guardare. Un amico mi ha chiesto se ero interessato al progetto e ho subito detto sì. Inizialmente, la risposta dei fondatori è stato il classico: “Le faremo sapere”. La nave operativa è un rimorchiatore e io non ho i titoli per comandarla. Poi però si è capito che serviva anche una barca appoggio in grado di ospitare una parte dell’equipaggio operativo, una barca a vela, e quindi mi hanno ricontattato.

Quella barca era la Alex, su cui hai condotto alcune missioni, fino a quella che, a luglio 2019, ti ha permesso di salvare tante persone, ma ti è anche costata un’indagine della magistratura.

Era la mia terza missione come comandante della Alex, con un equipaggio fantastico. La Mare Jonio era sequestrata da mesi e abbiamo deciso di uscire con la Alex per una missione di monitoraggio e denuncia, consci che con una barca a vela non saremmo stati in grado di fare salvataggi. L’idea era che, se ci fossimo imbattuti in un’imbarcazione in difficoltà, avremmo stabilizzato la situazione con salvagenti e zattere e chiamato soccorso, per far intervenire la guardia costiera italiana. Ma quando è davvero successo, le autorità italiane ci hanno risposto che avevano già avvertito la cosiddetta guardia costiera libica, che sappiamo essere collusa con i trafficanti di esseri umani.

Oltre al pericolo concreto di un naufragio da un momento all’altro, ci trovavamo di fronte alla possibilità che quelle persone venissero riportate in Libia. Non potevamo abbandonare quei 59 esseri umani, né al rischio di annegare né che finissero in mano ai miliziani e così li abbiamo imbarcate tutti.

Dopo essere stati inseguiti e raggiunti dai libici, che fortunatamente ci hanno lasciato andare, e con le autorità italiane che hanno cercato di metterci in difficoltà, abbiamo fatto l’unica cosa possibile: ci siamo diretti verso il porto sicuro più vicino, Lampedusa.

E lì siete stati bloccati…

Arrivati a 12 miglia dall’isola, le motovedette della guardia costiera e della guardia di finanza ci hanno notificato il decreto sicurezza impedendoci l’ingresso nelle acque territoriali. Siamo stati in vista di Lampedusa per due giorni caldissimi, faticosi e inutili, facendo di tutto per sbloccare diplomaticamente la situazione fino a che, dopo aver finito l’acqua, abbiamo deciso di forzare il blocco e siamo entrati in porto. Una volta ormeggiati non è finita: per tutto il pomeriggio e fino a tarda notte siamo stati sequestrati in barca, nessuno poteva scendere né salire. La situazione si è sbloccata quando la procura di Agrigento ha sequestrato la Alex: i naufraghi sono potuti scendere, cambiarsi i vestiti bagnati e sporchi di benzina, e ricevere le prime cure. Io sono stato indagato per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e violenza a nave da guerra, con pene previste fino a 15 anni. Dopodiché mi hanno sospeso la patente nautica per sei mesi. Tutto questo per aver salvato 59 esseri umani dal probabile annegamento e per non aver permesso che tornassero nei lager libici.

Quali sono stati i tuoi timori in quella situazione?

Primo di non riuscire a salvare tutte quelle persone. Se fossero arrivati i libici durante il trasbordo dei naufraghi poteva verificarsi un disastro: chi scappa dalla Libia è così terrorizzato dall’idea di essere riportato in quell’inferno che preferisce buttarsi in acqua. E poi a Lampedusa, quando ho capito che eravamo tutti in salvo, mi sono preoccupato per ciò che mi aspettava personalmente. Il governo continuava nella linea di criminalizzazione del soccorso in mare e io, in quanto comandante, ero il bersaglio più esposto. Ma mai, nemmeno per un momento, ho dubitato delle mie decisioni né della convinzione di essere dalla parte giusta, moralmente e legalmente.

La convivenza di tante persone su una nave come la Alex non dev’essere stata semplice.

Considerando il sovraffollamento, è comunque andata bene: equipaggio e naufraghi hanno collaborato nonostante le difficoltà di condividere uno spazio insufficiente. Ognuno ha fatto la sua parte con incredibile armonia.

C’è molto di surreale in tutta questa situazione.

Sì, ricordo soprattutto i marinai sulle motovedette preposte a impedire il nostro ingresso nelle acque territoriali che erano evidentemente imbarazzati nell’eseguire quegli ordini assurdi: “Anche noi salviamo” ci ripetevano, “Non siamo noi i cattivi”, qualcuno si è commosso quando ha guardato negli occhi i nostri “passeggeri”. È surreale che in pochi mesi si sia passati da Mare Nostrum che ha salvato 150.000 persone in un anno tra il 2013 e il 2014, dagli anni in cui Guardia Costiera e navi umanitarie cooperavano per un obiettivo comune, a un situazione in cui gli esseri umani sono considerati rifiuti tossici indesiderati in nome di una propaganda e di una politica tanto disumana quanto miope. È assurdo che ci siano ormai solo volontari e navi umanitarie a provare ad arginare una situazione così grave.

E la situazione non sembra migliorare negli ultimi mesi.

Da Grecia e Turchia arrivano notizie che ricordano tempi che non avremmo mai voluto rivivere: la Turchia usa i profughi come bomba umana in un infame ricatto con l’Europa. Forze armate greche ed europee che, invece di aiutare i profughi in fuga dalla Turchia, cercano di affondare i gommoni, sparano, bastonano, respingono… Migliaia di persone, bambini donne e uomini, che non vuole più nessuno e che non hanno più un posto dove andare: respinti dall’Europa, buttati fuori dalla Turchia… Non possono nemmeno tornare sotto le bombe in Siria.

Cosa può insegnare uno sport come la vela, che ti ha dato competenze che poi hai rimesso in gioco per il motivo più nobile, salvare vite umane?

La barca a vela è un laboratorio unico. I componenti dell’equipaggio devono convivere in pochi metri quadrati rispettando lo spazio altrui. Tutti sono chiamati a cooperare nei diversi compiti che vanno dalla conduzione della barca, alla cucina, fino alle manutenzioni quotidiane. Molte manovre richiedono l’intervento di tutti: se qualcuno non facesse la sua parte non si andrebbe lontano.

A bordo bisogna prestare attenzione all’uso delle risorse. Tutto dev’essere razionale e sostenibile. Se qualcuno pretendesse di non partecipare ai turni, di farsi dieci docce al giorno e di mangiare più degli altri, sarebbe ripreso dalla “comunità” per il suo comportamento che avrebbe immediate conseguenze per il benessere e la sicurezza di tutti: in mare non c’è spazio per i privilegi. E poi, è la natura ad avere l’ultima parola: è con lei, indifferente, che dobbiamo confrontarci per cercare di prendere le decisioni giuste e, quando sbagli, il conto te lo presenta subito.

Riflessioni che ben si sposano al periodo storico che stiamo affrontando.

È un po’ quel che diceva Luca Parmitano, il comandante della Stazione Spaziale Internazionale. Perché cos’altro è la Terra se non una grande nave dalle risorse limitate, in viaggio per la nostra galassia alla straordinaria velocità di 792.000km/h, che ospita un equipaggio umano di 7.000.000.000 di persone? Una grande nave in cui qualcuno non sta facendo la sua parte, in cui una minoranza rivendica il “diritto” di mangiare più degli altri e dove troppi consumano e sprecano a livelli non sostenibili le risorse disponibili. Una nave che sta lanciando segnali chiari a un equipaggio che ancora non li prende seriamente.

Parmitano aggiunge che vista da lassù, questa sfera azzurra che non ha traccia di confini, la nostra casa comune, è uno spettacolo straordinario.

Proprio in queste settimane siamo nel pieno dell’emergenza Coronavirus. Una situazione che ci dimostra che i confini non esistono. Per il virus siamo tutti uguali e dovremmo approfittare di questa situazione per inventarci un nuovo modo di stare insieme. Dobbiamo tutti capire che, come in una barca nella burrasca, su questa Terra ci si salva o si affonda tutti insieme.

Oltre ogni barriera, è il calcio che unisce!

È ai nastri di partenza la stagione dei campionati di quarta, quinta e sesta categoria della FIGC, dedicate a calciatori e calciatrici con disabilità intellettivo-relazionale e patologie psichiatriche. In campo ci saranno anche Silvio Tolu e compagni del Casteddu4Special, la formazione che nasce dall’adozione da parte del Cagliari Calcio dei Fenicotteri Oristano “Una ragione in più”.

Martedì 25 febbraio i ragazzi della squadra si sono allenati al campo di Asseminello, centro sportivo del Cagliari Calcio. Si è trattato di un momento speciale, fatto di emozioni, condivisione e divertimento, a sancire la partenza ufficiale di un progetto significativo. Dopo la consegna di tute e maglie ufficiali del Cagliari, i Casteddu4Special hanno svolto una seduta mattutina sul prato della formazione di Serie A, quindi il pranzo collettivo, per poi unirsi ai ragazzi del Settore Giovanile rossoblù con i quali è stata organizzata l’attività ludica di chiusura.

La storia di Silvio Tolu, colonna della squadra sarda e della Nazionale Crazy for Football, l’abbiamo raccontata per Odiare non è uno sport. E non possiamo che continuare a seguirne i passi e gli sviluppi. Ne approfittiamo per augurare buon campionato a tutti i calciatori e la calciatrici che prenderanno parte a questa stagione!

Volley e rugby contro il razzismo

La polisportiva San Precario nasce a Padova nel 2007 con il sogno di giocare uno sport diverso, uno sport senza discriminazioni di alcun tipo. Una scommessa, che nell’arco di questi quasi 15 anni si è articolata in diversi modi: dalle campagne per l’inclusione sportiva, ai progetti internazionali, tra i quali spicca il Rojava Playground fatto durante la battaglia di liberazione della Siria del Nord dal controllo dell’Isis, fino ad arrivare ai campionati di calcio, calcio a 5, basket, volley, e – team ultimo arrivato – di rugby touch.

La Sanpre Volley nasce nel 2008. La scelta è quella di formare una squadra mista, dove gli atleti e le atlete sono uomini e donne che credono fortemente negli ideali dell’antirazzismo e nella partecipazione sociale attiva attraverso lo sport. Da qui la formazione e la successiva iscrizione al campionato padovano della UISP di volley misto.

La “quinta sorella” della Polisportiva San Precario è la squadra di rugby, nata nel 2018 e anch’essa mista. Il progetto nasce proprio con l’obiettivo di promuove uno sport che significa disciplina, rispetto delle regole, di se stessi, e dell’avversario in una cornice di integrazione sociale e culturale.

Caratteristica peculiare di entrambe le squadre è il III° tempo, quello dell’inclusione, che permette di conoscere, comunicare e socializzare con squadra, avversari e direttore di gara, tutti attori dell’attività sportiva.

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Insuperabili, la squadra che non si ferma davanti a nessun ostacolo

Cosa vuol dire essere insuperabili? Per Raffaele, essere insuperabile è aiutare gli altri nel gioco dando indicazioni, con pazienza, e senza arrabbiarsi. Aaron invece racconta che prima degli insuperabili anche lui voleva giocare a calcio ma non poteva, poi suo fratello gli ha parlato di questa squadra e ha incontrato nuovi amici, persone come lui, brave come lui. Ora riesce a farlo e ha coronato un sogno. Anche per Leo giocare a calcio con gli  insuperabili vuol dire divertirsi e avere dei nuovi amici.

di Agnese Glauda

Secondo Valeria Conti, dell’ Insuperabili Reset Academy di Ivrea, essere insuperabili vuol dire che non ci si ferma davanti a nessun ostacolo. 

Le Insuperabili Reset Academy, sono scuole calcio per ragazzi con disabilità cognitiva, relazionale, affettivo emotiva, comportamentale, fisica, motoria e sensoriale. Il Progetto nasce a Torino nel 2012 da Davide Leonardi ed Ezio Grosso, ispirandosi al modello inglese Football For Disabled. I due amici decidono di voler creare una squadra per la cognata di un amico affetta da sindrome di down, e dai 4 ragazzi iniziali oggi contano più di 650 iscritti sul territorio nazionale. La forza del progetto sta nel fatto che per la prima volta si è pensato fosse necessario creare un insieme di competenze per insegnare lo sport in base alla necessità dei ragazzi. Da questo nasce il metodo insuperabili, il team e le squadre organizzate per categorie secondo le tipologie di disabilità. Esistono 15 academy che lavorano con il metodo insuperabili in Italia. Centrale è la formazione per il team, alla base di una grande organizzazione. 

Le Insuperabili Reset Academy

A Ivrea gli iscritti sono circa 40 e l’Academy è stata fondata 3 anni fa. L’idea è che questa squadra sia una scuola di calcio a tutti gli effetti. Nell’academy eporediese il gruppo che coordina è costituito interamente da volontari, che si occupano di gestire il team e il rapporto con le famiglie, molto importante per il progetto. La scuola calcio prevede 2 allenamenti alla settimana per le 4 categorie rappresentate: Giovanissimi base, Berretti base, Primi Calci H&B base e Primi Calci Silver. 

L’approccio insuperabili è la dimostrazione che anche nello sport, la disabilità è un disagio solo quando l’ambiente circostante diventa limitante, non lo è in sé. Con i ragazzi il team lavora con allenamenti personalizzati e con schede tecniche che permettono di migliorare le competenze di ogni atleta. Proprio per questo sono seguiti da diverse figure professionali: gli educatori, i mister e gli psicologi. L’acquisizione di autonomia è importante sia nello spogliatoio che in campo, i ragazzi insuperabili giocano anche in tornei lontani dalla loro sede e affrontano lunghi viaggi, a volte accompagnati solo dagli educatori. L’educazione allo sport passa, però, anche attraverso i genitori, con cui il team insuperabili ha uno stretto rapporto di collaborazione. 

Noi siamo fortunati perché i genitori di questi ragazzi hanno una forza incredibile c’è chi arriva da molto lontano con anche difficoltà logistiche non indifferenti” dice Valeria.

Per quanto riguarda il bullismo e i commenti d’odio ci sono regole chiare all’interno della squadra. Infatti, quando i ragazzi entrano a far parte degli insuperabili vengono resi consapevoli del fatto che sia necessario mantenere un comportamento rispettoso verso gli altri compagni e gli avversari. Si fa squadra anche tramite questo, con momenti di riflessione negli spogliatoi in cui confrontarsi sulle regole, su quello che desiderano, e sugli obiettivi sportivi per imparare la costanza. Per loro il rispetto è importante e il progetto educativo che sta alla base lavora anche su questo.

Gli insegnamo che lo sport fa parte della vita, come la competizione, che però noi non viviamo come esclusione ma come condivisione e accettazione delle diversità. Ognuno porta con sé le proprie fatiche e la competizione deve essere prima di tutto una ricerca personale. Per la prima volta i ragazzi si sentono una squadra e anche se il momento più bello è sicuramente la coppa, la sensazione più bella è quella di appartenenza”.

Alcuni ragazzi riportano episodi di bullismo che avvengono in momenti diversi da quello sportivo, ad esempio a scuola. Il team lavora su questi temi durante gli allenamenti e nei momenti preparativi. Nel contesto sportivo hanno sempre riscontrato grande rispetto e spirito di accoglienza, che gli insuperabili. 

Tra i progetti realizzati dall’Academy di Ivrea ce ne sono anche con i ragazzi delle scuole come “ Insuperabili Tra i Banchi di Scuola,” insieme al Liceo Scientifico Gramsci, sezione sportivo. Gli studenti dello sportivo hanno affrontato il tema della disabilità, perché è un argomento che può suscitare paura se non conosciuto a fondo. Anche con loro si è ragionato su come l’ambiente impone delle barriere, che una volta conosciute, possono essere superate. Attraverso questo percorso i ragazzi hanno potuto affrontare esperienze individuali di rapporto con la disabilità, in particolare riguardo al rapporto con l’autismo. Un ragazzo al termine ha detto: “ora capisco cose dei miei compagni che prima non capivo”.

I giovani sono sensibili e curiosi di conoscere” dice ancora Valeria “riconoscono il valore di chi è diverso. Ci capita di mostrare filmati degli insuperabili che giocano e i ragazzi delle scuole si stupiscono di quanto siano forti tecnincamente.”

Un altro progetto realizzato dalla squadra è “Integriamoci:” progetto di collaborazione con una squadra calcistica del territorio. Sono stati fatti due allenamenti condivisi: uno si è svolto sul campo degli insuperabili, uno su quello dell’altra squadra, sperimentando i metodi di insegnamento del calcio di entrambe le realtà. Durante gli allenamenti condivisi, c’è stato uno scambio tra team, tra allenatori e tra genitori. Al termine, c’è stata la partita. 

Il momento più bello è stato quando tutti i ragazzi si sono trovati nelle proprie postazioni prima dell’inizio della partita e chiacchieravano, raccontando delle proprie esperienze sia a calcio che a scuola. Alla fine i ragazzi hanno chiesto: quando torniamo? Questa è la forza di questo progetto e dello sport, creare condivisione e avvicinamento” .

Ma non basta. La sede dell’Academy d’Ivrea è stata luogo di una giornata del torneo In Super Cup, a cui hanno partecipato 10 Academy provenienti da tutta Italia.

Anche a livello organizzativo siamo diventati degli insuperabili, per cui anche di fronte alle difficoltà una soluzione si riesce sempre a trovare. Questo non vuol dire improvvisare, ma lavorare ognuno al meglio nel suo piccolo, collaborando come una vera squadra.”

Gli Insuperabili Ivrea aderiscono spesso ad eventi sul territorio anche al di fuori del contesto sportivo, come il carnevale, oppure presenziano a spettacoli teatrali. Ad esempio, si sono occupati di accogliere gli spettatori e controllare i biglietti prima di uno spettacolo realizzato da ragazzi con disabilità al Teatro Giacosa di Ivrea. Dopodichè hanno anche potuto assistere alla performance teatrale, modalità diversa di aggregazione.

Quando si chiede a Valeria cosa la motiva e la fa rimanere appassionata a questo progetto, a cui partecipa come volontaria, lei risponde “Non ne riesco più a fare a meno, è come una famiglia, dove si fa un percorso insieme, ognuno è diverso e quando si condividono certe cose anche con i genitori si diventa amici, persino parte della stessa famiglia.”

È così anche per Giuseppe, Gianluca, Filippo, Luca, Martina e Leo. Quando si chiede, a fine allenamento, qual è la loro cosa preferita nell’essere un/una insuperabile tutti riportano questo senso di appartenenza e condivisione. Perchè siete una squadra? “Perché ci aiutiamo ed è bello, quando finiamo una partita ci corriamo incontro e ci abbracciamo,” dice Giuseppe. E non è forse proprio lo spirito dello sport: competere ma poi corrersi incontro dopo un obiettivo raggiunto? 

Il calcio femminile contro ogni discriminazione

La squadra di calcio a 5 femminile dell’ASD Quadrato Meticcio di Padova è attiva ufficialmente dall’autunno 2017. È uno dei 5 progetti sportivi dell’associazione, nata nel 2012 a Padova, nel rione Palestro a Sud-Ovest della città, il cui nome trae origine dalla forma quadrata del quartiere formato da un agglomerato di case popolari e abitato perlopiù da persone con diversi percorsi di migrazione alle spalle e che fanno parte della nuova identità meticcia della città.
Il “calcetto femminile” nasce, oltre che per esplicita volontà dell’associazione, anche grazie alla spinta di alcune giovani studentesse padovane con l’obiettivo di costruire uno spazio accessibile e femminista che condivida i valori dell’antirazzismo, dell’anti-sessismo, dell’anti-omolesbotransfobia e che rifiuti la violenza in tutte le sue forme.


Lo sport: benessere oltre ogni ostacolo

Lo sport è salute, gioia, benessere. Se ci sono doping e violenza, non è più sport”.

Ha le idee chiare Silvio Tolu, 33 anni, calciatore nella Nazionale Crazy for Football e figura di punta nel mondo del calcio integrato nella squadra dei Fenicotteri di Oristano. Un passato complesso alle spalle, vittima di bullismo, una diagnosi di schizofrenia, l’impossibilità a proseguire gli studi, un periodo buio di solitudine e chiusura in se stesso. Eppure “Bisogna credere nei sogni” dice con semplicità “Nella vita si può uscire anche dalle situazioni più difficili.” 

Di Silvia Pochettino

Il calcio è stato il suo sogno. Determinante l’incontro con il dott. Santo Rullo, psichiatra e fondatore della calcioterapia, che ha fatto nascere la prima squadra nazionale di calcio per ragazzi con disturbi psichiatrici. Visti gli ottimi risultati dal punto di vista terapeutico, la calcioterapia si diffonde in fretta anche fuori dai confini italiani, con la formazione di squadre in altri paesi. Silvio viene subito selezionato e diventa un elemento di punta della nazionale italiana che nel frattempo si afferma a livello internazionale, partecipando in Giappone ai primi mondiali di questa particolare categoria.
Lì il sogno diventa davvero realtà per Silvio e i suoi compagni di squadra, non vincono i Mondiali, arrivano terzi (nonostante un goal di Silvio), ma la vittoria si pone su altri piani e dall’esperienza della trasferta a Osaka ne nascono anche un libro e un film “Crazy for Football” che girano l’Italia e diffondono la sensibilità sul tema.

Trailer del film Crazy for Football

Nel calcio Silvio riesce a esprimersi al meglio – “Anche negli scacchi, in realtà” dice, che sono la sua seconda passione – riacquista fiducia in se stesso, perché è una cosa che sa davvero fare bene. Con i compagni di squadra poi “si crea una grande amicizia” e poco a poco tutta la vita riprende colore. Nella seconda grande occasione poi, i mondiali di Roma, arriva anche la vittoria. La nazionale italiana conquista il primo posto ed ora guarda con fiducia ed entusiasmo alla prossima tappa, i Mondiali in Perù nel 2020.

Visti gli ottimi risultati raggiunti da quattro anni Tolu diventa anche una figura di punta del Football Integrato, la nuova disciplina ispirata al calcio, al baskin e alla pallamano, costruita per mettere al centro la persona e basata su regole proprie in grado di dare spazio agli atleti di tutti i livelli. Nel Football Integrato si gioca a 5 con 4 porte e regole decisamente diverse, pensate perché diverse tipologie di disabilità e persone normodotate possano giocare insieme, esprimendo ognuno le proprie capacità e competenze. Le regole e i ruoli si adattano alla persona, non viceversa. La squadra dei Fenicotteri di Oristano, di cui Tolu è titolare,  diventa una delle protagoniste della Carovana dello Sport integrato, che lo scorso anno ha girato in tutta l’Italia diffondendo i principi e le regole di questa disciplina sportiva, oltre ai temi dell’integrazione e del recupero terapeutico attraverso lo sport.

Proprio da poco i Fenicotteri di Oristano hanno avuto un incontro con il Cagliari calcio, con cui la squadra è gemellata, “sono emozioni e soddisfazioni enormi” dice Silvio “ giocare a fianco di grandi professionisti, di squadre di serie A”.

E come se non bastasse Silvio Tolu diventa anche arbitro, oltre che giocatore, perché questo gli permette “di capire meglio i diversi punti di vista in campo”, riprende a fare alcuni lavori e si presta a incontrare i giovani studenti nelle scuole della Sardegna per raccontare la sua storia e sensibilizzare  contro bullismo e discriminazione. Ai giovani ripete di credere nei propri sogni, come ha fatto lui, e poi, qualunque siano gli ostacoli, “avanti tutta!” come gridano sempre tra loro in campo e come ognuno deve gridare a se stesso nella vita.

Il terzo tempo, quello dell’inclusione

Storie di squadre controtendenza e parità di genere nello sport

Di Agnese Glauda

Il 3° tempo? “E’ un momento di convivialità post-partita che coinvolge le squadre avversarie e i direttori di gara, i quali si riuniscono intorno al tavolo, permettendo così la comunicazione e il confronto tra tutti gli attori della pratica sportiva”. Questa l’idea originale promossa dalla Polisportiva San Precario, nata a Padova nel 2007 con l’obiettivo di creare una percezione dello sport alternativa alla pratica vista come competizione estrema, corruzione, business e doping. La San Precario promuove lo sport come un linguaggio universale di inclusione, nonché diritto fondamentale, e si propone di combattere il razzismo e la discriminazione guardando alla diversità come ad una grande ricchezza.

Il terzo tempo è un momento che ci ricorda che in campo si compete e al di fuori si condividono gli stessi principi dello sport: l’inclusione e lo stare insieme,” racconta Francesca Masserdotti, allenatrice e giocatrice della Sampre Volley, squadra di pallavolo nata nel 2008 e parte della polisportiva.  

La squadra di Francesca è formata da sportivi che hanno a cuore il tema dell’antirazzismo e della lotta alle discriminazioni. Negli anni sono stati ottenuti notevoli risultati, quali la vittoria del campionato a squadre miste nel 2009 e due vittorie ai Mondiali Antirazzisti.

La competizione ha un ruolo essenziale nello sport” dice Francesca, “ma deve essere centrata sulla visione di chi è più bravo come un valore aggiuntivo per la squadra e uno stimolo a migliorarsi. Lo sport veicola principi sani quali la responsabilità condivisa, che spesso viene dimenticata durante gli atti d’odio di gruppo come i cori razzisti”.

Secondo Francesca, l’odio spesso nasce da una frustrazione esterna che non ha niente a che vedere con l’ambito sportivo ma viene sfogata in questo contesto, perché considerato un momento di svago dove talvolta i freni inibitori sono allentati. L’hate speech, oltre ad essere presente in campo e durante la pratica sportiva, viene spesso legittimato dai media, che riducono lo spazio per il confronto diretto, senza dare possibilità di risposta. Chi lancia messaggi d’odio online molto raramente si rende conto dell’effetto che ha sui soggetti interessati, spiega Francesca. Soprattutto i più giovani vengono esposti tramite i social media, senza dar loro la possibilità di un confronto diretto, se non nelle scuole. La risposta deve quindi partire dall’educazione, già dalla scuola materna.

La Polisportiva promuove il dialogo sul tema del razzismo e delle discriminazioni nello sport attraverso campagne d’informazione, per far sì che i diritti di tutti gli sportivi vengano rispettati, a prescindere dalla loro etnia, genere, religione e provenienza socio-economica.

Lo sport potrebbe essere uno strumento di riscatto sociale ma al momento lo è solo per pochi,” ribadisce Francesca. “Il riscatto sociale dello sport può essere reale, perché lo sport è un luogo di inclusione ma anche di responsabilità; per cui è la sua gestione che garantisce la possibilità di rispettare qualsiasi diversità a livello socio-economico.

Giulia Merlo, giocatrice della ASD Quadrato Meticcio Femminile, squadra di calcio femminile che promuove l’integrazione, l’antirazzismo, l’antisessismo e lo sport come spazio di espressione di sé e del proprio corpo, condivide un’opinione simile. “Lo sport può diventare una forma di riscatto sociale solo se modifica il tessuto sociale, alterando dinamiche d’odio e aumentando la conapevolezza degli sportivi riguardo la loro posizione socioeconomica. E’ necessario un lavoro a livello associativo per modificare il contesto culturale.” L’ASD Quadrato Meticcio, che condivide un progetto con la Polisportiva San Precario, è infatti impegnata non solo in ambito calcistico ma anche nel sociale con attività culturali come doposcuola, cineforum e corsi di italiano, con l’obiettivo di creare una comunità intorno all’ASD che promuova l’inclusione sociale. 

Un tema che Francesca e Giulia hanno particolarmente a cuore è quello della discriminazione di genere nello sport, soprattutto a livello di riconoscimento e tutele professionali. “La San Precario ha scoperto una situazione critica che c’è in Italia, e dico ha scoperto, perché purtroppo non se ne parla abbastanza, ed è quella dello sport femminile,” dice Francesca. 

In Italia c’è una legge (l.91/81) che regola il riconoscimento degli sport professionistici, secondo le quali sono il CONI e le federazioni a stabilire quali discipline sono considerate come vere e proprie professioni. Il CONI non è chiaro a riguardo e attualmente le federazioni riconoscono solo calcio, basket, golf e ciclismo, e solo maschili. In Italia esistono però altri 56 sport e tutti i loro praticanti sono considerati dilettanti. Questo comporta che non possano ricevere uno stipendio, ma solo un rimborso spese; non ricevano contributi; non abbiano un’assicurazione; non siano tutelati per l’invalidità e per la gravidanza (in alcuni caso esistono proprio contratti associativi anti-gravidanza/maternità).

Nel 2018-2019 è stato creato un un fondo statale per la maternità delle sportive, accessibile però solo per le atlete che abbiano partecipato negli ultimi 5 anni a campionati mondiali, europei o Olimpiadi. Il lavoro fatto dalla San Precario è quello di diffondere informazione sul tema della parità di genere nello sport insieme ad ASSIST, associazione che si occupa di tutelare e rappresentare le atlete che operano in tutte le discipline sportive a livello agonistico. Assist è stata in prima linea riguardo alla creazione del fondo statale per la maternità delle sportive.

Francesca parla della situazione dello sport femminile allo Sherwood Festival 2017, Padova

L’Unione Europea si è espressa sul tema, con la Risoluzione del 5 Giugno 2003 che invita tutti gli stati membri a garantire alle donne lo stesso accesso allo sport degli uomini, a tutti i livelli e in tutte le fasi della vita. Ancor più nel caso di atlete con disabilità fisica o mentale, che dovrebbero essere maggiormente incoraggiate a prender parte ad attività sportive.

Di recente è stato compiuto un passo significativo per quanto riguarda la parità di genere nello sport. Infatti, l’11 dicembre 2019 è stato approvato un emendamento alla manovra di bilancio che stabilisce l’uguaglianza tra sportivi uomini e donne, estendendo le tutele previste dalla legge sulle prestazioni di lavoro sportivo femminile. Stabilisce inoltre un esonero contributivo del 100% per i prossimi tre anni a tutte le società che stipulano contratti alle sportive. Ora però saranno le federazioni che dovranno riconoscere lo status giuridico delle atlete come professioniste. Venti milioni di euro sono stati stanziati per i contributi nei prossimi 3 anni, cosicchè questo emendamento venga accolto dalle federazioni. E’ un primo step e ora tocca alle singole federazioni concludere i passaggi tecnici e formali  per riconoscere il professionismo. 

Anche il mero riconoscimento professionale,” aggiunge Giulia “non è sufficiente se poi si continua ad essere attaccate rispetto ad altre componenti iscritte alla femminilità.” La sua esperienza rivela alcuni requisiti contraddittori del calcio femminile, riconducibili anche ad altre pratiche sportive. “Da un lato si ricevono spesso insulti perché le donne non vengono considerate all’altezza delle prestazioni maschili, dall’altro esistono canoni estetici per cui se la femminilità manca avvengono episodi di body-shaming.” 

L’ASD Meticcio mira attraverso pratiche verbali, corporee e sportive a creare momenti di sport che mettano al centro la crescita collettiva (e personale), contrastando la violenza generata da una visione frammentaria della realtà sportiva che genera dinamiche maschiliste e sessiste.