La “fase 3” dello sport dilettantistico

Webinar – Quale futuro per i processi di integrazione?

Quale sarà il futuro dello sport dilettantistico in seguito alla pandemia e quali le prospettive e le azioni concrete da sviluppare per continuare i processi di integrazione? Giovedì 4 febbraio, alle ore 19, saremo online per un Webinar dedicato al tema, a cui sarà possibile partecipare via Zoom e che sarà trasmesso in diretta sulla pagina FB di Odiare non è uno sport.

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L’appuntamento, dal titolo “La ‘fase 3’ dello sport dilettantistico: quale futuro per i processi di integrazione?”, coinvolge realtà sportive e atleti intercettati nel corso della campagna di contronarrazione del progetto. Sarà occasione per riflettere sulla situazione che sta vivendo il mondo sportivo, a causa della pandemia. Un contesto dove, con gli stadi chiusi, l’unico serbatoio in cui riversare l’odio sono rimasti i social. Mentre, con lo stop allo sport di base e dilettantistico, è fermo quel mondo che porta avanti percorsi educazione e socializzazione che mirano alla lotta contro ogni discriminazione.

Dall’inizio della pandemia la situazione economica e sociale è peggiorata, le disuguaglianze si sono acuite, chi era già in una situazione di difficoltà ora a stento riesce a sopravvivere. Il mondo dello sport popolare e indipendente si è messo al servizio delle comunità: una scelta che ha portato fuori dai campi di gioco la necessità di combattere le discriminazioni amplificate dalla situazione sanitaria.

Ne parleremo con Camilla Previati (ASD Quadrato Meticcio – Padova), Stefano Carbone (Polisportiva San Precario – Padova), Jacopo Mazziotti (St. Ambroeus FC – Milano), Federico Dagoli (Atletico No Borders – Fabriano), Teresa Carraro (Criminal Bullets – Roller Derby Padova), Marco Proto (RFC Ska Lions Caserta), Enzo Ardilio (Briganti Librino Catania).

Conduce e modera: Davide Drago (Sportallarovescia)

Contrastare l’odio, nei social network come nello sport, implica una presa di responsabilità, che parte in primis dalla conoscenza del fenomeno e prosegue con una imprescindibile educazione al rispetto delle diversità. L’odio nei social network e nello sport si interconnettono costantemente; ad accrescere questa tesi basti pensare che nel mondo dello sport perfino “gli odiatori” hanno bisogno dell’avversario.

Dal 7 ottobre 2019 al 6 gennaio 2020 il centro CODER dell’Università di Torino ha monitorato alcuni social network – analizzando 443.567 post su Facebook e 16.991 su Twitter – delle cinque principali testate sportive italiane. Ne è uscito un Barometro che, purtroppo, segnala “alta pressione”. Il risultato più rilevante della ricerca è che il linguaggio d’odio è una componente strutturale del linguaggio sportivo, che si può classificare con quattro dimensioni: linguaggio volgare, aggressività verbale, minacce e discriminazione.

In una rivelazione svolta dall’Università di Milano, nel periodo marzo-settembre 2020, sono stati raccolti 1.304.537 tweet dei quali 565.526 negativi, contenti parole d’odio (il 43% circa vs. 57% positivi). Quello che emerge è una decrescita significativa dei tweet negativi rispetto al totale dei tweet raccolti. “Fattore determinante nell’analisi di quest’anno è stato lo scatenarsi della pandemia da Covid-19” osserva la ricerca, secondo la quale “ansie, paure, difficoltà si sono affastellate nel vissuto quotidiano delle persone, contribuendo a creare un tessuto endemico di tensione e polarizzazione dei conflitti”.

Anche lo sport viene da un anno epocale: per due mesi abbondanti tra metà maggio e fine luglio 2020 è sostanzialmente sparito, tanto al livello professionistico quanto a quello dilettantistico e di base. Ancora oggi lo sport di base e dilettantistico è fermo. Con gli stadi chiusi l’unico serbatoio in cui riversare l’odio è rimasto l’ambiente social. Di contro, con il blocco dello sport di base e dilettantistico, è ancora fermo quel mondo che oltre all’attività sportiva, porta avanti percorsi educazione e socializzazione che mirano alla lotta contro ogni discriminazione. In questo contesto si inseriscono le realtà di sport popolare e indipendente attive sul nostro territorio, che si sono messe al servizio delle comunità, senza chiedere nulla, spinti dall’urgenza e dalle necessità di singoli e famiglie: una scelta che ha portato fuori dai campi da gioco la necessità di combattere le discriminazioni amplificate dalla pandemia.

Polisportiva San Papier, lo sport senza confini

La Polisportiva Sans Papier A.S.D. di Schio (VI) nasce nel 2014 su decisione dell’assemblea del Centro Sociale Arcadia, per iniziare un percorso che diffonda lo sport popolare nell’Alto Vicentino.

L’intento di base è promuovere un’idea di sport libero ed indipendente, lontano dalle logiche di business e dell’agonismo esasperato della vittoria a tutti i costi, che trovi
nell’autogestione e nella democrazia dal basso il proprio metodo di organizzazione. La pratica sportiva diventa così strumento di inclusione sociale, capace di superare ogni barriera di genere, etnica, economica, e di orientamento sessuale.

La Polisportiva Sans Papier presta particolare attenzione alla popolazione migrante, spesso fortemente esclusa dallo sport agonistico, sia per questioni di difficoltà economiche o linguistiche, sia a causa di regolamenti delle Federazioni Sportive che, attraverso macchinosi passaggi burocratici, limitano l’accesso alla pratica sportiva anche ai figli dei migranti nati in Italia.

Assieme ad altre realtà sportive, nel 2017 ha partecipato alla campagna #WeWantToPlay, ottenendo dalla F.I.G.C. la modifica dell’articolo 40 comma 11 del NOIF (le norme organizzative intere), permettendo così ai minori extra-comunitari arrivati in Italia di poter essere tesserati con la stessa modalità dei loro coetanei italiani.

Dal 2014 ad oggi la Polisportiva Sans Papier ha organizzato vari tornei di cricket, calcio a 5, pallavolo e basket, coinvolgendo la popolazione migrante ed i richiedenti asilo. Attualmente gioca nei campionati amatoriali della provincia con una squadra di Calcio a 5 e una squadra di basket.

Le autrici delle foto contenute nella gallery sono Alexandra Boni e Chiara Furlan