La panchina “bianca”

A quasi un mese di distanza dall’8 giugno le parole di Raheem Sterling e Sol Bamba, sembrano aver fatto breccia nella federazione inglese. Sterling, attaccante del Manchester City e della nazionale inglese, aveva lamentato la scarsità di allenatori, manager, preparatori appartenenti a minoranze etniche nel professionismo inglese.

di Luca School – un articolo di sportallarovescia.it

Nel campionato inglese, su poco più di 500 giocatori, i Colored sono circa un terzo, ma la cifra è molto più misera se si guarda ai settori tecnici. Sulle panchine dei 98 club dei 5 top campionati europei, sono solo due gli allenatori neri: Patrick Vieira per il Nizza e Nuno Espírito Santos per il Wolverhampton. Vi è una sorta di barriera etnica che tende ad accettare solo i bianchi.

Sir Alex Ferguson è da sempre una figura paterna per me. Deciso a diventare allenatore, sono andato da lui e gli ho detto quello che avevo intenzione di fare. Lui mi ha dato alcuni consigli e mi ha sempre detto che avrebbe garantito per me, nel caso in cui avessi avuto bisogno di una raccomandazione per allenare ed è così ancora oggi, ma malgrado il suo aiuto, non riesco a fare nemmeno un colloquio.

Dwight Yorke

Da alcuni anni la lega inglese cerca con varie iniziative di invertire questa tendenza. ma fino ad oggi è rimasto tutto un buco nell’acqua fino. Ed ecco quindi che il calcio inglese professionistico decide di prendere petto la questione e istituisce nei propri corsi di formazione e inserimento lavorativo dei posti riservati a cittadini BAME (Black, Asian and Minority Ethnic), dimostrazione di come si possa almeno a livello federale affrontare seriamente un problema. Attenzione non si pensi che questo risolva la questione o che possa essere una soluzione definitiva, cosa palesemente dimostrata dalla disfatta totale delle campagne UEFA contro il razzismo negli stadi, ancora oggi infestati da scene indegne. Ma il calcio inglese si è reso conto che è un problema di natura sociale: finché i giovani calciatori membri di minoranze non avranno figure di riferimento ulteriori ai giocatori non cambierà nulla o quasi, servono modelli, persone a cui ispirarsi che siano oltre il grande campione sul campo, più adulte e mature, rispettate per la loro intelligenza e il loro carattere, più che per prestanza fisica e doti tecniche.

Quando la gente dubita dell’intelligenza di un’etnia, la situazione diventa impossibile. È normale che ci siano tanti giocatori di colore, perché la gente pensa che siano grandi atleti con buone capacità fisiche, ma per essere allenatore servono intelligenza e disciplina. In campo va tutto bene, ma fuori è complicato perché c’è gente che dubita che la gente nera sia capace.

Lilian Thuram

Un giovane calciatore, quale sia la sua etnia, sa di dover pensare al proprio futuro dopo i 35- 40 anni di età. Ai calciatori membri di minoranze mancano figure cui ispirarsi e ambire. Se un ragazzino nero non ha nessun esempio di leader nero nel calcio, come allenatore, dirigente, presidente, come potrà immaginare di essere lui stesso in futuro qualcosa del genere? Su questo problema le federazioni possono agire immediatamente attraverso programmi e incentivi. La disparità di trattamento che subiscono i tecnici neri nel mondo del calcio è un dato di fatto nei campionati inglesi, ma anche a livello globale.

Alcuni vecchi giocatori di colore, non prendono il titolo da allenatore anche se magari lo vorrebbero. Naturalmente ci sono molti allenatori africani che hanno il tesserino da allenatore, ma semplicemente non esiste quella fiducia, che, invece, c’è nei confronti degli altri allenatori. I tecnici di colore sono sfiduciati perché visti come esseri di seconda classe.

Samuel Eto’o

In Italia come siamo messi?

In Italia abbiamo avuto tre allenatori BAME: Jarbas Faustinho, meglio noto come Cané, Fabio Liverani e Clarence Seedorf. Il mondo del calcio italiano sotto il profilo amministrativo è eccentrico, questioni come la piazza, i tifosi, gli sponsor, influiscono moltissimo nelle scelte aziendali dei grandi club e suppliscono a fattori come l’esperienza e la professionalità, non solo nella fase del mercato e gestione dei calciatori, ma anche in quello della gestione aziendale dei manager. Ad esempio, nel settore allenatori è sempre più in uso, specie nei momenti di crisi, puntare su un grande nome anche privo di esperienza almeno per calmare la pancia dei tifosi; pensiamo ai vari avvicendamenti sulla panchina del Milan: Brocchi, Gattuso, Inzaghi, Seedorf. Grossi nomi, bei palmares, poca o nessuna esperienza, la possibilità di guardare qualcosa di straniero, magari qualche allenatore che si è fatto le ossa nei campionati fuori Uefa, ma scherziamo (qui facciamo un’eccezione per alcuni tecnici sudamericani i quali comunque prima fanno esperienza in squadre medio piccole). Difficilmente un club nostrano assumerebbe un tecnico di formazione africana o asiatica e incorrerebbe in critiche furiose anche da una certa quota degli opinionisti, i quali ricorderebbero statistiche varie per giustificare le loro sicure castronerie. In Italia esiste tutt’ora una fetta fin troppo ampia di sedicenti tifosi che sostiene la non capacità dei portieri di origine africana. Dei vari tecnici del Milan l’unico che è stato accusato di non capir nulla di calcio è Seedorf ed è l’unico che fatica a trovare un impiego come tecnico, eppure la sua media di vittorie era la più alta tra i nominati. Fabio Liverani dopo la brevissima panchina al Genoa ha dovuto fare tutto il percorso dalla serie C, attraverso anche l’esperienza al Leyton Orient.

Gli allenatori di colore sono un tabù. Il motivo non lo so ma è un dato di fatto. C’è Seedorf che ha avuto un discreto successo in mondi diversi, ci sono diversi tecnici sudamericani neri, ma gli allenatori di colore dovrebbero essere di più.

Sven-Göran Eriksson

Se allarghiamo lo sguardo fuori dalla Uefa dove le percentuali di atleti BAME salgono, c’è da restare basiti e due dati su tutti saltano agli occhi. Primo che in Brasile, Paese in cui il 60% della popolazione si identifica con l’etnia nera o meticcia, vi sono solo due tecnici di colore, gli allenatori Marcão della Fluminense FC e Roger Machado dell’EC Bahia. Secondo, che il senegalese Aliou Cissé era l’unico allenatore nero ai Mondiali di Russia nel 2018. Inutile dire che non ci siamo. Un triste esempio giunge proprio dalle federazioni africane dove si preferisce affidare le selezioni nazionali a tecnici europei, a fronte sia di grandi allenatori locali, sia di grandi ex giocatori locali di scuola europea. Tutti e tre i tecnici nominati hanno lamentato negli anni questa discriminazione de facto. Il progetto della lega inglese se portato a termine è un buon inizio, un esempio che le altre federazioni nazionali dovrebbero adottare, integrandolo a finanziamenti reali e strutturali per tutte quelle realtà sportive di basse che utilizzano lo sport come strumento di lotta al razzismo e alle discriminazioni.

Ripensando alla mia carriera, ci sono state delle volte in cui non ho volutamente detto quello che pensavo perché ho avuto paura delle possibili ripercussioni e di come sarei stato giudicato dalla gente. Se sei in uno sport dominato dai bianchi e le persone ai vertici sono prevalentemente maschi bianchi, l’ultima cosa che vuoi è dire qualcosa di inappropriato. Spesso mi sono trovato ad agire in un determinato modo per adattarmi agli altri e non essere giudicato solo perché ero nero.

Micah Richards

Lukaku si inginocchia a pugno chiuso. E si scatena l’odio sui social

Ginocchio a terra e pugno alzato al cielo. Il gesto simbolo dell’ondata di proteste partita dagli Stati Uniti, in seguito all’uccisione dell’afroamericano George Floyd da parte di un poliziotto bianco a Minneapolis, è arrivato anche sui campi di calcio. Il gesto compiuto dal bomber neroazzurro Romelu Lukaku, al decimo minuto di Inter-Sampdoria, al rientro al calcio giocato dopo oltre tre mesi di stop a causa dell’emergenza coronavirus, ha riempito le prime pagine dei giornali e le bacheche dei social. Scatenando una marea di commenti. Prima di lui allo stesso modo aveva esultato anche Nicolas Nkoulou, difensore del Torino, andato in rete sabato contro il Parma.

di Ilaria Leccardi

Molti sono stati i commenti di sostegno e apprezzamento del gesto, ma anche tanti, ancora troppi, quelli che sono andati ben oltre la critica, conditi da insulti e veri e propri attacchi alla persona, alla squadra e in generale al movimento Black Lives Matter.

La fotografia del gigante neroazzurro è stata ripostata dai profili social dell’Inter con la scritta Black Lives Matter e gli hastag #BrothersUniversallyUnited #NoToDiscrimination , e da quelli del giocatore che ha scritto: “Questo è per tutte le persone che lottano contro l’ingiustizia. Io sono con voi”.

Se sulle pagine ufficiali i commenti sono stati per lo più di approvazione, è sulle pagine social delle testate sportive che si sono scatenati gli haters da tastiera. C’è chi ricorre all’insulto generico, “coglione”, “pagliaccio”, “vaffanculo”, “che cazzata”, “ipocrita”, “deficiente”. Chi invece prova ad argomentare, non contestualizzando minimamente il gesto, ma sostenendo che Lukaku avrebbe fatto meglio a protestare per altri fatti di cronaca, per omicidi avvenuti in altre situazioni (commessi da persone nere), per i morti da Covid19. E poi ci sono coloro secondo cui comunque alla fine George Floyd era un “criminale” (così viene definito in diversi commenti, quasi a giustificare la morte per soffocamento di una persona). Altri invece – molti – che attaccano il calciatore e la società, anche con insulti pesanti, perché “non bisogna mettere la politica nello sport”.

Ma perché non dovrebbe succedere? E perché un gesto a sostegno di una battaglia per i diritti civili e l’uguaglianza sociale deve scatenare ancora così tanto odio?

Non è la prima volta che Lukaku viene preso di mira, sia sui social che dal vivo. Il caso più clamoroso fu durante la partita Cagliari-Inter, a inizio campionato, quando i tifosi cagliaritani intonarono un coro di buu, come purtroppo ancora troppo spesso negli stadi avviene nei confronti i calciatori neri. All’epoca lui commentò: “Molti giocatori nell’ultimo mese sono stati vittime di abusi razzisti. A me è successo ieri.

Il calcio è uno gioco che deve far felici tutti e non possiamo accettare nessuna forma di discriminazione che lo possa far vergognare. Spero che tutte le Federazioni del mondo reagiscano duramente contro tutti i casi di discriminazione.

Ma come dimostra il Barometro dell’Odio nello Sport, la ricerca condotta nell’ambito del progetto Odiare non è uno Sport, il calciatore dell’Inter – assieme a Mario Balotelli – è la figura sportiva che scatena il maggior numero di commenti contenenti hate speech sui social, in particolare insulti e forme di discriminazione razziale per il colore della pelle.

Il gesto di Lukaku non è certo una novità in ambito sportivo. Il più celebre pugno alzato al cielo resta quello di Tommy Smith e John Carlos ai Giochi Olimpici di Città del Messico, dopo la finale dei 200 metri piani. Sul podio, davanti agli occhi di tutto il mondo, le medaglie d’oro e di bronzo olimpiche al momento dell’inno statunitense abbassarono il capo, alzarono il pugno, indossando un guanto nero. Era il 1968 e le battaglie per i diritti civili della popolazione nera negli States erano all’apice della loro intensità. Le conseguenze per i due velocisti non furono tanto le proteste del pubblico, quanto provvedimenti che li esclusero dai circuiti sportivi, così come fu per l’argento, il bianco australiano Peter Norman, che silenziosamente appoggiò il gesto dei colleghi neri, indossando una spilla dell’OPHR (Olympic Project for Human Rights), e da allora ebbe la carriera rovinata.

I gesti che hanno coinvolto gli sportivi nei decenni da allora non sono stati pochi. Tra le proteste recenti più clamorose spicca quella di Colin Kaepernick, giocatore di football americano della NFL, che a partire dal 2016 più volte si è inginocchiato durante l’inno nazionale, in protesta contro le discriminazioni razziali, scatenando l’emulazione da parte di diversi colleghi, ma anche molte critiche dell’America bianca. Una protesta che gli è costata molto: terminato il suo contratto con i San Francisco 49ers, il quarterback è rimasto senza squadra e ha poi lanciato una battaglia legale contro l’intero sistema della NFL che lo avrebbe ostacolato in ogni modo a rientrare nel circuito, vincendola in tribunale e ottenendo un ingente risarcimento.

Ma prese di posizione molti forti ci sono state anche nelle ultime settimane, in seguito alla morte di Floyd. Alta si è levata la voce di tanti sportivi: da Lewis Hamilton, stella della Formula 1, unico pilota nero del circuito, a Lebron James, campione della NBA con la maglia dei Los Angeles Lakers, da sempre sensibile al tema. Fino a Marcos Thuram, figlio di Lilian e giocatore in Germania del Borussia Moenchengladbach, che a sua volta si è inginocchiato dopo un gol.

Tornando a Lukaku viene da chiedersi il perché un gesto dimostrativo e di solidarietà a una battaglia che ha assunto una portata mondiale possa scatenare ancora così tanti commenti negativi e insulti deliberati. Come è noto, l’ambiente calcistico non brilla certo per tifoserie che hanno nella lotta per l’uguaglianza e i diritti civili una delle proprie chiavi. Anzi, in Italia nel 2020 sono ancora molti i gruppi di ultras – Inter compresa – che si definiscono apertamente fascisti. In questa coda di campionato così particolare a causa dell’emergenza sanitaria, gli stadi sono vuoti. Si gioca in un silenzio irreale. Un gesto come quello esibito davanti alle telecamere di tutto il mondo non poteva che avere una risonanza mediatica importante. E di certo non può unire le coscienze, perché ancora troppi sono coloro che non credono nell’uguaglianza sociale o che nemmeno si interrogano sui motivi che stanno scatenando le proteste di tutto il mondo e che affondano la propria ragion d’essere in secoli di colonialismo, discriminazioni e ferite profonde.

Ciò che è inaccettabile è che il commento non sia una critica sull’opportunità o meno del gesto simbolico, ma si trasformi in veicolo di invettiva, alimentando parole d’odio in una serie di botta e risposta (soprattutto su social come Facebook e Instagram dove è possibile rispondere e commentare i commenti altrui), che in tanti casi si trasformano in una spirale di insulti. Caratteristica purtroppo ormai strutturale del confronto sui social media.

In una società che è evidentemente ancora frammentata, un gesto come quello di Lukaku però può contribuire ad alimentare il dibattito. E non solo in protesta per la morte atroce di George Floyd a cui è stata tolta con violenza la possibilità di respirare. Ma assume un valore politico necessario. Forse perché è giunto il momento di non restare indifferenti. Forse perché abbiamo bisogno di una società consapevole. Il gesto non può bastare, ma il suo valore è forte, tanto più se viene da un uomo che – pur dall’alto del suo privilegio economico e mediatico – ha subito a sua volta episodi di razzismo in pubblico e che viene seguito dalle telecamere del mondo.

Anche per questo rilanciamo l‘appello a un Campionato senza odio e chiediamo a chi ci segue di monitorare quanto avviene sui social, individuando commenti contenenti hate speech e segnalandoli al nostro progetto.

Se vuoi contribuire puoi segnalare i commenti taggando la pagina Fb  o l’account Instagram di Odiare non è uno Sport oppure facendo uno screenshot dei tweet e inviandoli a ufficiostampa@odiarenoneunosport.it. Se te la senti, puoi anche intervenire direttamente nella conversazione rilanciando il semplice appello a un Campionato senza Odio o usando la card qui sotto.

Un campionato senza odio

Il 20 giugno riparte il campionato di calcio di serie A, ma gli stadi resteranno chiusi al pubblico. Sarà un campionato molto diverso dal solito, forse unico nel suo genere, in questo tempo particolare che stiamo vivendo. E proprio per questo, può anche essere un’occasione per ripensare lo sport in modo nuovo.

E’ questa l’idea della campagna Odiare non è uno Sport, che lancia l’appello per un Campionato senza Odio, per abolire l’hate speech dallo sport e riscoprire la bellezza della competizione sana e corretta.

di Silvia Pochettino

L’hate speech, o linguaggio d’odio, è ormai diventato una parte strutturale delle conversazioni sportive in Italia, in particolare nel calcio, come riporta il Barometro dell’Odio nello Sport, la ricerca realizzata dal centro Coder dell’Università di Torino che ha monitorato per 3 mesi i commenti ai post delle cinque principali testate sportive italiane (La Gazzetta dello SportTuttosport, Il Corriere dello Sport, Sky Sport Sport Mediaset) analizzando 443.567 post su Facebook e 16.991 su Twitter. Risultato? Tre post su quattro ricevono commenti d’odio su Facebook, addirittura uno su due su Twitter.

Ci siamo abituati all’hate speech online e offline tra gli spalti delle tifoserie come se fosse normale insultare, umiliare o minacciare l’avversario. Ma non lo è.

Come si legge nel Barometro: “Siamo difronte a un processo di normalizzazione della violenza per cui è ormai opinione piuttosto diffusa che gli stadi e il tifo siano intrinsecamente connessi a forme di violenza e sopraffazioni che in tempi recenti si sono estese e potenziate online attraverso l’uso massiccio dei social media”

Ma cos’è l’hate speech e come si presenta? Il Barometro dell’Odio in questo breve schema ci aiuta a inquadrare meglio il fenomeno (gli esempi, purtroppo, sono tutti tratti da commenti reali individuati dalla ricerca…)

Barometro dell’Odio nello Sport pag 21

L’appello della campagna Odiare non è uno Sport per una Serie A di calcio così particolare, in epoca Covid e a porte chiuse, è semplice: portare a termine un Campionato senza Odio, eliminando l’hate speech dallo sport!

Se vuoi contribuire anche tu, quando incontri commenti simili a quelli riportati in tabella segnalalo taggando la pagina Fb o l’account Instagram di Odiare non è uno Sport oppure facendo uno screenshot dei tweet e inviandoli a ufficiostampa@odiarenoneunosport.it.

Se ti senti, puoi anche intervenire direttamente nella conversazione rilanciando il semplice appello a un Campionato senza Odio o usando la card qui sotto.

Insieme possiamo davvero rilanciare un tifo che riscopra la bellezza della competizione sportiva corretta

Foto di apertura: Phillip Kofler da Pixabay

Il Barometro dell’Odio nello Sport

Quanti discorsi d’odio ci sono nelle conversazioni online in ambito sportivo? Con l’Università degli Studi di Torino abbiamo realizzato il Barometro dell’odio nello Sport, la prima ricerca italiana che monitora le pagine social delle cinque principali testate sportive italiane. I ricercatori del centro CODER hanno analizzato 443.567 post su Facebook e 16.991 su Twitter. Con risultati sorprendenti.

di Silvia Pochettino

Quanta volgarità, minacce e insulti anche a sfondo razziale o sessista sono presenti nelle discussioni on line che parlano di sport? Se da un lato lo sport è spesso strumento di integrazione e trasmissione di valori, soprattutto quando praticato, dall’altro, specialmente nella dimensione del tifo, può diventare un elemento divisivo che inasprisce la competizione fino a trasformarla in conflitti anche violenti. Ma quanto influisce in tutto questo l’uso dei social network? Che frequenza e che caratteristiche hanno i linguaggi d’odio online nello sport italiano?

Prova a rispondere a queste domande il Barometro dell’odio nello Sport, ricerca realizzata dal Centro CODER dell’Università di Torino nel quadro del progetto  Odiare non è uno sport

Il primo risultato che salta agli occhi dal monitoraggio delle pagine Fb e Twitter delle principali testate sportive nazionali (La Gazzetta dello Sport, Tuttosport, Il Corriere dello Sport, Sky Sport e Sport Mediaset) realizzato dal 7 ottobre 2019 al 6 gennaio 2020, è che esiste un livello costante di hate speech al di sotto del quale non si scende mai, pari al 10,9% dei commenti su Facebook e 18,6% su Twitter. 

I messaggi d’odio risultano dunque una componente non solo rilevante ma strutturale delle conversazioni sportive sui social media. 

Tuttavia, Facebook e Twitter sono diversi, sia per numero di commenti sia per la presenza di hate speech. A parità di messaggi pubblicati, Facebook genera un volume di commenti 26 volte superiore a quello di Twitter. Ma, mentre l’hate speech raggiunge il 13,4% dei commenti su Facebook, su Twitter arriva al 31% .

Se si vanno poi ad approfondire le modalità con cui si manifesta l’hate speech, il linguaggio volgare (14% su FB e 31% su Twitter) e l’aggressività verbale (73% e 60%) sono le forme più frequenti. Tuttavia, anche discriminazione (7% e 5%) e aggressività fisica (5% e 4%) non sono irrilevanti. La ricerca ha infatti individuato circa 5.000 commenti contenenti elementi di questo tipo pubblicati dagli utenti in un arco di tre mesi.

Infine, dato prevedibile, gran parte del traffico di notizie sui social e di conseguenza la maggior parte degli episodi di hate speech sono da ricondurre al mondo del calcio.. Emerge che Mario Balotelli e Romelu Lukaku sono i personaggi sportivi su cui si concentrano più commenti di hate speech (rispettivamente 16,7% su Facebook e 38,3% su Twitter; 15,5% su Facebook e 40,6% su Twitter)  contenenti insulti e discriminazione razziale (rispettivamente 2,1% su Facebook e 5,6% su Twitter; 1,9% su Facebook e 2,4% su Twitter).  

Infine è interessante notare come su Facebook, dove è possibile commentare i commenti degli altri,  l’hate speech risulta più elevato nelle discussioni tra utenti rispetto ai commenti ai post. Ovvero il maggior numero di riferimenti al linguaggio d’odio non risulta correlato al contenuto dei post ma piuttosto alle prese di posizione di altri utenti

Guarda la presentazione live del Barometro con Giuliano Bobba, dell’Università di Torino, autore della ricerca, e Sara Fornasir coordinatrice del progetto Odiare non è uno Sport

Davanti all’odio

27 aprile La comunicazione tra pregiudizi, discriminazioni e atteggiamenti di odio, una formazione online per docenti, educatori e allenatori sportivi.

Dopo due sessioni focalizzate sull’analisi e sugli strumenti utili a fronteggiare l’hate speech, l’associazione Amici dei Popoli propone una terza sessione online sull’approccio psicologico alla comunicazione, dal titolo: “DAVANTI ALL’ODIO. La comunicazione: pregiudizi discriminazioni e atteggiamenti di odio”.

Relatrice la Dott.ssa Teresa Di Stefano, psicologa, educatrice e formatrice, responsabile dei progetti educativi per UISP a Bologna.

La sessione, totalmente gratuita, si terrà lunedì 27 aprile dalle ore 15:00 alle ore 17:00 sulla piattaforma zoom.
Il numero dei posti è limitato, è richiesto quindi agli interessati di prenotare il proprio posto inviando una mail a  sedebo@amicideipopoli.org.

Hate speech: capire per agire

Incontro formativo online per personale sportivo ed educatori

Provare a prevenire  i discorsi d’odio  è  un’importante sfida per il futuro della nostra società, soprattutto in campo educativo e sportivo. Cosa vuol dire hate speech e cosa succede nella mente degli haters? Come contrastare il fenomeno e avere più strumenti per gestire la devastazione interiore.

Ce lo spiega Barbara Costamagna, formatrice psicologa e psicoterapeuta, nell’incontro organizzato da CISV nell’ambito del progetto “Odiare non è uno sport”.

Vista la situazione attuale a il protrarsi dell’epidemia di COVID 19 l’incontro si svolgerà online attraverso la piattaforma Zoom.

Appuntamento venerdì 10 aprile dalle ore 20.00 alle 22.00.

Per iscriversi è sufficiente compilare, entro le ore 14.00 di venerdì 10 aprile, il form on line attraverso questo link: https://forms.gle/Y2oyuWi5nLqDygX66. Nel pomeriggio dello stesso giorno verrà inviato a tutti gli iscritti il link di Zoom per accedere alla formazione. 

Per informazioni: d.giachino@cisvto.org 

Come riconoscere e contrastare i discordi di odio

Nell’ambito del progetto “Odiare non è uno sport”, CISV organizza a Torino due incontri formativi sul tema dell’hate speach, o discorsi d’odio, online e in campo.

Lo sport sembra essere diventato, sempre più, un’arma a doppio taglio: da un lato straordinario luogo di inclusione e aggregazione sociale, dall’altro fornace di discorsi e gesti d’odio, che la dimensione digitale potenzia e diffonde in modo esponenziale.

Secondo la ricerca Ue Kids Online il 41% dei ragazzi tra i 15 e i 17 anni ha letto messaggi d’odio o commenti offensivi diretti a individui o gruppi discriminati per il colore della pelle, la religione o il gruppo etnico di appartenenza. Non di minor conto le discriminazioni di genere, particolarmente rilevanti in alcune tipologie di sport, e quelle verso la disabilità.

Insieme ai partner del progetto, CISV ha creato percorsi formativi interattivi per far riflettere ragazzi, educatori e personale sportivo sul fenomeno dell’hate speech nello sport e fornire loro strumenti per difendersi.

Gli incontri si svolgeranno presso il Centro polifunzionale di Pietra Alta, via Cavagnolo 7, Torino, nei seguenti giorni:

14 marzo 2020, ore 10.00-12.30

L’odio sfuggente: definire l’hate speech (o almeno riconoscerlo) a partire da esperienze concrete. Relatrice: Ilaria Zomer, Centro Studi Sereno Regis.

28 marzo 2020, ore 10.00-12.30

Hate speech: capire per agire.  Relatrice: Barbara Costamagna, psicologa e psicoterapeuta.

Per informazioni: d.giachino@cisvto.org 

Un seminario sull’hate speech per tecnici sportivi

EVENTO ANNULLATO

A seguito delle indicazioni delle autorità competenti in relazione all’epidemia di coronavirus COVID 19 l’evento è rimandato a data da destinarsi

Il 6 marzo prossimo CSEN, ente di promozione sportiva, realizza a Torino, in collaborazione con le associazioni CISV e LVIA, un progetto di formazione e azione educativa per contrastare il fenomeno dell’hate speech e discriminazione razziale nello sport.

Il corso formativo è rivolto a tutte le Associazioni Sportive Dilettantistiche (di qualsiasi ambito sportivo) e prevede una formazione gratuita per dirigenti, tecnici e allenatori sportivi

Cos’è l’hate speech

Espressione inglese che significa, letteralmente, discorso d’odio, è un termine sempre più usato nel linguaggio comune. In italiano viene usata al plurale, discorsi d’odio, o tradotta anche come incitamento all’odio. La sostanza non cambia: si tratta di una definizione-cappello che spesso viene impiegata per indicare qualsiasi tipo di messaggio contenente insulti, offese, dichiarazioni di intolleranza verso una persona o un gruppo.

Chi esprime odio viene normalmente definito uno hater o odiatore. L’ hater non va confuso con il troll, una figura mitologica della Rete, presente sin dai primi esperimenti social degli anni Novanta, che si diverte a gettare scompiglio nelle discussioni facendo volontariamente il provocatore, o il flamer, una specie di seminatore professionista di zizzania, che agisce per innescare flame, letteralmente “fiamme”, ossia litigi in rete. Mentre sia i troll che i flamer sono in qualche modo degli esperti delle dinamiche della rete, e le sfruttano a loro vantaggio, spesso gli hater si presentano come persone incapaci di discutere in maniera pacata, che si esprimono scompostamente, in maniera non di rado carente anche nella forma, dando così l’impressione di poca cultura, e apparendo spesso anche ignari dell’enorme eco che possono produrre i loro gesti compiuti in rete (altrove lo definisco effetto-tinello: la tendenza a esprimersi sui social come se si fosse nel tinello di casa propria). Non a caso molti cosiddetti hater, quando vengono colti in fallo (per esempio, per avere insultato un personaggio pubblico), si scusano dicendo “avevo perso la testa per un attimo e non ho pensato alle conseguenze del mio gesto”.

Il seminario di formazione

La formazione, grazie al contributo di esperti sul tema e attività pratiche, mira a rafforzare gli strumenti e competenze educative utili al personale sportivo per fronteggiare le discriminazioni razziali, incitamento all’odio e violenza nelle comunità sportive (sopratutto nei giovani ).

La formazione avrà una durata complessiva di 2 ore e mezza, alla fine della quale verrà rilasciato un attestato formativo del progetto.

Sede: Casa Ugi 2 corso Dante 101, Torino ore 9,30 – 13

Intervengono:
Andrea Bruni
Responsabile Nazionale Ufficio Progetti CSEN NAZIONALE
Polo regionale dello Sport Integrato, nuova frontiera dell’inclusione

Ilaria Zomer
Formatrice presso il Centro Studi Sereno Regis;
L’odio sfuggente: definire l’hate speech (o almeno riconoscerlo) a partire da esperienze concrete.

Ivana Nikolic
Ballerina danze Rom, ambasciatrice UNESCO
Balval Celavdi Arte e danze Rom per abbattere pregiudizi e stereotipi

Barbara Costamagna
Psicologa Psicoterapeuta

Per iscrizioni contattare:
csenpiemonteformazione@gmail.com
371 30 73 892

Al via la campagna #odiarenoneunosport

Campioni e campionesse, società sportive, associazioni, scuole e studenti uniti per dire no all’hate speech nello sport nella Giornata Mondiale contro il Bullismo.

Secondo una recentissima ricerca del centro Coder dell’università di Torino, sulle pagine facebook delle 5 principali testate sportive nazionali tre post su quattro ricevono commenti di hate speech. E’ da questi dati allarmanti che prende il via ufficialmente oggi, anche grazie all’aiuto di diversi campioni e campionesse azzurre, il progetto Odiare non è uno sport, sostenuto dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo e promosso dal Centro Volontariato Cooperazione allo Sviluppo, con un fitta rete di partners su tutto il territorio nazionale.  

Lo studio del fenomeno è affidato all’Università di Torino che attraverso l’équipe multidisciplinare del Centro di ricerca avanzata Coder è al lavoro per elaborare un Barometro dell’Odio nello sport, monitorando i principali social media e le testate giornalistiche sportive. Dalle prime anticipazioni del report, che uscirà a fine marzo, emergono dati allarmanti. Su 4.857 post analizzati, per un totale di oltre 443mila commenti alle pagine Facebook delle cinque principali testate giornalistiche sportive nazionali (Gazzetta dello Sport, TuttoSport, Corriere dello Sport, SkySport, Sport Mediaset), emerge che tre post su quattro ricevono commenti che contengono una qualche forma di hate speech. Quest’ultimo può manifestarsi come generico linguaggio volgare (13,5%), aggressività verbale (73%) , vere e proprie minacce (6,8%), o, infine, come varie forme di discriminazione (6,7%). I picchi più elevati di messaggi d’odio si verificano in corrispondenza di eventi calcistici e riguardano in particolar modo le decisioni arbitrali. 

Il lavoro dell’équipe però non è solo di osservazione, ma punta anche a intercettare le varie forme di hate speech online e intervenire con risposte in tempo reale. Questo grazie a un algoritmo specifico e un chatbot sviluppati dal Laboratorio d’Innovazione della School of Management di Torino e da Informatici senza Frontiere. A questi strumenti si affianca il “Bullyctionary”, un vero e proprio dizionario del bullismo online, realizzato grazie ad Assicurazioni Generali. 

Il progetto ha raccolto e sta ancora raccogliendo le testimonianze di campioni dello sport azzurro come Igor Cassina, Stefano Oppo, Alessia Maurelli, Frank Chamizo, Valeria Straneo, al loro fianco le straordinarie storie di inclusione sociale avvenute attraverso lo sport sul territorio italiano e l’adesione spontanea di decine di sportivi, professionisti e dilettanti, associazioni, scuole o semplici cittadini che sostengono la campagna ritraendosi con la scritta Odiare non è uno sport .

Qui la Gallery in continuo aggiornamento

La campagna durerà tutto il 2020, anno Olimpico in cui gli occhi dei media saranno particolarmente puntati sullo sport, e prevederà diversi appuntamenti e strumenti per sensibilizzare la cittadinanza: dieci flash mob contemporanei in diverse città italiane lunedì 6 aprile, in occasione della Giornata Internazionale dello Sport per lo Sviluppo e la Pace, attività educative in 55 scuole e 44 società sportive, partecipazione a numerosi eventi sportivi. Per finire con le “squadre” territoriali anti-odio che monitoreranno profili e pagine social di varie società sportive per intercettare e rispondere in modo pertinente ai messaggi di hate speech. 

Tutti insieme, con un obiettivo comune: dire no all’odio nello sport e nella vita. 

Il progetto è sostenuto dall’Agenzia Italiana di Cooperazione allo Sviluppo e promosso dal Centro Volontariato Cooperazione allo Sviluppo, in partenariato con 7 ong italiane con ampia esperienza nell’educazione alla cittadinanza globale (ADP, CeLIM, CISV, COMI, COPE, LVIA, Progettomondo.mlal),  l’ente di promozione sportiva CSEN, le agenzie formative FormaAzione, SIT e SAA-School of management, Informatici senza Frontiere per lo sviluppo delle soluzioni tecnologiche e Tele Radio City e Ong 2.0 per la campagna di comunicazione.